sabato 11 agosto 2007

- Requiem -

La quiete che trovo
Nel lungo riposo
Desidero, ma tale dolore
Provarlo
Non oso nel cuore;
Quando che sia,
Me ne andrò,
Volerò via.


Come sto bene
Con voi, con i morti,
Nella mia stanza,
Tutti risorti.


Da voi non più lacrime,
Da voi non più torti,
Come sto bene con voi,
Con i morti.

Obscurae caligines

Veniunt ad nos obscurae caligines,
Sustinet Mors suam sanguine respersam
Falcem, dum it in nostri mundi fines,
Afferens secum victimarum animas.
Super urbis tectos placide volat,
Senem vel iuvenem rapide involat.


Veniunt ad nos obscurae caligines,
Quae sese in tenebris statim dissipant,
Se ostendunt velut laetitiae parvulae,
Quas vitae nostrae tantummodo donat.
In tumbam descendit vitae obscuritas,
Ex tumba provenit pacis caritatis.

Vacuità

Vacuo è l'essere esistiti o meno,
Purché resista la Gloria;
Quale lapide distingue Ettore,
Il Guardiano dai Cento Occhi,
O il Poeta dagli Illeciti Amori?


Così non fu di lacrime il fluire,
Per te, Saffo, ma d'irruenti acque
Su acuminati scogli,
E tacque l'urlo del cuore
Nei solitari anfratti.


Ma nello scorrere dei vuoti
Singhiozzi agglutinati del tempo
Indistintamente l'aria porta
La voce dei Miti e di Uomini,
E i due, intrecciati,
Ci sussurrano nel silenzio
Parole di lastre tombarie.


Allora, sepolti insieme,
Io e te, Saffo, faremo l'amore,
Dimentichi dei trascorso infelici,
Nel chiuso di un sepolcro:
Ci muoveremo anche noi
Per l'ultima volta in estasi,
Prima che l'aria si schiuda
Al silenzio finale.

Big Bang

Suona la campana
Del destino,
Ed inizia del mondo
Il mattino,


Suona la luce
Del calore,
E comincia una storia
Di dolore.


Risplende la materia
Vorticante,
Ballando ad un ritmo
Incalzante.


Si spezzano le pietre
Nell'oscuro,
E il cozzare tra di loro
E' molto duro.


Vedi la vicenda?
Essa è oscura,
E davvero fa tremare
Di paura.


Raccolgono i soli
I pezzi grossi,
Destinati a vorticare
In bui fossi,


Raccolgono i pianeti
I vari pezzi,
Cossicché l'insieme tutto
Non si spezzi,


Si disperdono in giro
I frammenti,
Ed essi sono ormai
Oscuri e spenti.


Si conglomera materia
Rimane poca luce,
Il tutto ha davvero
Aspetto truce.


Ma scendono le anime
A popolare il mondo,
Decadono dall'Alto
Nel Profondo.


Perchè si sta muovendo
Il Divino Furore,
Pronto a scagliarle
Nel pieno del Dolore.


Completo ora è il progetto
Previsto dal Divino,
Questo è d'un solo errore
Il terribile bottino.

Il lamento di Lucifero

Ricordati di me, rammentami,
Di quando cancellasti la mia luce,
E in capo ai tuoi Angeli contami,
Frattanto ch'Essi il tuo voler conduce,


Ripensa alla maestà del mio splendore,
A quando le Tue Schiere conducevo,
E all'innocente docile candore,
Che io mostravo a Te quando ridevo.


E' Lucifero che parla, ti ricordi?
Di quando obbedivo al Tuo volere,
Di quando T'ascoltavo, ero agli esordi,
Ma non Ti nascondevo il mio sapere;


Di quando criticavo i Tuoi progetti,
E nell'orgoglio allargavo l'ali,
Ché tu volesti tutti noi perfetti,
Ma destinati ad essere rivali,


Ti ricordi di quando scherzavamo?
Tutti a Te d'intorno e ridevamo,
Pensando a come popolar quel mondo,
Che tu volevi bello fino in fondo,


Ma preoccupato poi ti ricordavo
Che avresti perso parte di Te stesso,
Non ti ricordi come Ti adoravo?
Sai che più non è così, adesso.


Non gioivi con noi? Non eri felice?
Non ricordi più quanto era bello?
Il mio pensiero niente più Ti dice?
Eppure sono ancora il Tuo gemello.


Ma proseguir volesti il Tuo lavoro,
Indifferente ad ogni conseguenza,
Mischiasti rame e bronzo, fango e oro,
Del mio parer facesti sempre senza,


Ed io ch'alla tua opra procedevo,
Nella materia mi trovai invischiato,
Nel fango consumato mi vedevo,
E senza via d'uscita incatenato.


Io parte di Te Stesso abbandonata
Mi sentivo, e la mia disperazione
Urlando e gemendo era scagliata
Contro una cotale aberrazione.


Valeva tale prezzo il Tuo universo?
Eppure lacrimando continuavo
La Creazione, sentendomi disperso
In un luogo che, di certo, non amavo.


Tarpasti le mie ali ed il mio orgoglio,
Nella Tua testarda ostinazione,
Non mostrasti dolore né cordoglio,
Per cotal mia detronizzazione.


Non citerò quel tale usurpatore,
Che il mio posto prese poi al Tuo fianco,
Che pose la sua lancia sul mio cuore,
Quando fui ormai della battaglia stanco.


Come potesti 'sì presto rimpiazzarmi?
Ad altri dar la luce mia e la gloria,
Consegnargli i miei monili e le mie armi,
Avevi già deciso la mia storia?


Non gridavo e soffrivo verso il Trono
Dell'Alta Tua Sovranità gloriosa?
Che accadde non ne udisti il suono,
O non fu per Te che poca cosa?


Fu fatto! E di me stella più grande
Che illuminasse il giorno tu ponesti,
E non posi questioni né domande
Quando suo precursore mi mettesti.


Sicché potessi splendere per poco
Nell'albeggiante cielo del mattino,
Per esser poi oscurato dal suo fuoco,
E sparire come un fioco lumicino.


Così vagavo per le volte oscure,
Quando seppi d'altri intrappolati
Angeli, e delle lor paure
Ed angosce, e di quant'eran spaventati.


Di loro ebbi grande compassione,
Pensai a quanto fosse il Tuo cuor duro,
A quale fu la nostra regressione
Nell'oscura materia dal Ciel puro.


E loro in me e me stesso vidi in loro,
Da Enti di Luce trasformati in mostri,
Come ciò accettasti ancor lo ignoro,
Contro noi muover d'ignominia i rostri.


Pur l'accettammo! Per il nostro amore
D'ogni cosa che ti recasse gioia,
Noi perdevamo il nostro grande onore,
Non volevamo mai venirti a noia.


Ricordaci imbruttiti, stanchi e sporchi,
Così ridusse noi la Tua Creazione,
A bestiali e miserandi orchi,
E prova almeno un po' di compassione.


Ma non fu sufficiente e decidesti,
Con fango e acqua di formare una figura,
E col Tuo soffio vita Tu le desti,
Perché tremasse d'ansia e di paura,


Così noi tutti radunasti in basso,
E le tue Schiere Angeliche nell'Alto,
Perché chinassimo le teste a un certo sasso,
Dove Adamo era giunto con un salto.


Non l'accettammo! E dell'antico orgoglio
Sentimmo ancor ruggir le fiamme in petto,
Che Tu ricordi tutto questo io voglio,
E la Tua spiegazione ancora aspetto,


Così volli sbalzarti dal Tuo Trono,
Così che Tu cadessi nell'Abisso,
Laddove di me hai fatto quel ch'io sono,
Sì che il mio sguardo a terra sempre è fisso.


E riformammo quelle antiche schiere,
Di quando di Tua milizia eravam parte,
E decidemmo di farTi sapere
Di che cosa era fatta la Tua arte.


Così noi sporchi, vincolati, e ciechi,
Pur nell'onore lottavamo fieri,
Contro i guerrieri tuoi lucenti e biechi,
Che contro noi non furono sinceri,


Noi le ferite sostenemmo gravi,
Costretti dalle forze materiali,
Mentre Tu sempre i Tuoi curavi,
Che muovevano in Cielo con le ali,


E ci scagliaron nel baratro nero,
Dove Satana nome ebbi novello,
Accusatore falso e menzognero,
Del Male artefice e oscuro di cervello.


E sul tuo Eden stesi la Mia ombra,
Distrussi il tuo sogno di Creato,
Ed ancora la Mia mente ingombra
La vendetta: in Me che, sai, ti ho amato;


Portai la Luce della Conoscenza,
A chi non sapeva adoperarla,
La portai alla tua cara semenza,
Perché potesse a poco a poco devastarla.


Mandasti poi tuo figlio, la tua luce,
Perché in lui potessero vederti,
Ma io gli spezzai l'ossa sulla croce,
Cossìcché tornasse solo a rivederti.


Ed ora Mio è il Regno della Terra,
Che ti ho sottratto con la Mia vittoria,
E di qui un giorno a Te muoverò guerra,
Segnando il Mio Trionfo e la Mia Gloria.

Il volo d'ali dell'anima

Lasciò la rondine il cuore,
Lasciò la rondine la sede,
Li lasciò in cerca dell'Amore
Che del Tutto sa e provvede,


Arcangeli, Angeli e Dominazioni,
Con l'ale coprono il corpo ed il volto,
Reggon le sorti delle Nazioni,
Vers'essi Amor sempre è rivolto,


Guardiani dell'oro e di ogni colore,
Volti lucenti, ed occhi di fiamma,
Rondine, sede di quello splendore,
E' della tua anima il dramma.


Ritorna sul corso dell'arcobaleno,
Ritorna a quell'anima che ti appartiene,
Ritorna da me che ti aspetto sereno,
Ritorna al mio sangue e alle mie vene.

Due quartine filosofiche

Di spingere i vostri simili
Verso l'Empireo e l'Amore,
Sforzatevi, semplici e umili,
Secondo i doni del vostro cuore.


E non di trascinarli nel fango,
Come fanno i più, della materia,
Giacché è per essi che io sempre piango,
E chi fa ciò fa cosa grave e seria.

venerdì 10 agosto 2007

L'albero degli impiccati

Noi balliamo, balliamo senza sosta
La nostra danza articolata e fosca,
Per chi tra voi, prodi cavalieri,
Vorrà svederci smunti, e tutti neri.


Noi balliamo al soffiare dei venti,
Noi balliamo rigidi e frementi,
Per divulgar qual è la nostra pena,
Ché un impeto di rabbia scorse in vena.


Stringe la corda e cozzano le teste,
Le facce vostre, irate oppure meste,
Voltate da noi, e dalle nostre azioni,
Da morti cagioniamo in voi emozioni;


Ma se poi verso noi girate il guardo,
Esitando un attimo, in ritardo,
Pensate alla fine che abbiam fatto,
E a questo, che é il nostro ultimo anfratto.


Così ricordati di noi, o tu, passante,
Che tu sia un sovrano oppure un fante,
S'imprima dentro te nostra memoria,
E di come finì la nostra storia.


Diverse furono le nostre vite,
Da simile chiusura accomunate,
Nessuno tra di noi si conosceva,
E con l'altro nulla in comune aveva.


Ma ora siamo uniti in questa sorte,
Vicini, a danzar dopo la morte,
Vicini, e il messaggero è il vento,
Che porta il nostro puzzo e lo scontento.


Conduci ovunque vai il nostro messaggio,
Che nessuno intraprenda questo viaggio,
Ma col prossimo voi spezzate il pane,
Ad evitar questo dolore immane,


Di esser dopo morti dileggiati,
E poi da mille venti sballottati,
Di divenire preda delle fiere,
E degna sepoltura non avere.


Nessun si ricorderà di noi,
Nessuno tra tutti quanti voi,
Per ogni nostro nome disprezzato,
Fu questo il funerale dello Stato.


Tardi imploriam la grazia ed il perdono,
Non meritiamo certo questo dono,
Solo di questo vi vogliamo supplicare:
Che una poesia ci possa ricordare.

Caino

Scegli la tua strada, Caino,
Ma ogni percorso
Ti porterà ad Enoch.


Il sangue di tuo fratello
Bagna ancora le messi,
Grida ancora al Cielo.


Scegli il tuo percorso, Caino,
Ma ogni sentiero
Ti porterà a te stesso.


Marcisce la semenza
Sotto il terreno rosso,
La terra non dimentica.


Scegli il tuo sentiero, Caino,
Ma ogni via che prenderai
Si ritrarrà al tuo piede.


Cresce il grano fradicio
Del sacrificio che hai versato
In spregio ad ogni Legge.


Così, contaminato,
Ti escluderai nelle città,
Il Male nel Male occultando.

La Ballata dei Pirati

Viaggiamo sotto una nera bandiera,
Un teschio che porta due tibie incrociate,
Noi conduciamo una guerra fiera
Contro galeoni, caravelle e fregate.
Di possenti cannoni abbiam folta schiera,
E già molte navi abbiamo abbordate,
Quando ci vedono alcuno più spera
Che le sue ricchezze saran risparmiate.


Noi ci muoviamo in silenzio sul mare,
E spesso innalziamo le più false insegne,
Non c'è nessuno che possa scappare,
Quando a vederci entusiasmo si spegne,
D'ori e d'argenti e di cose più rare
Ogni equipaggio fa a noi le consegne,
E son fortunati se non sono più amare
Le sorti che per loro riteniamo degne.


Noi siamo il flagello, noi siamo i pirati,
Noi non lasciamo legno che galeggi,
Siamo dei mari i re incontrastati,
Siam noi a decidere regole e leggi,
Tra noi siam compagni, e siam camerati,
Per abbordare ogni barca veleggi,
Ad ogni pugna siam pronti e ispirati,
Noi siamo i lupi pronti per le greggi.

Il Poeta Maledetto

Proprio ieri sera mi hanno detto
Che mi chiamano Poeta Maledetto,


Perché in Terra brucio sempre di passione,
E brucerò nell'Infernale Calderone,


Quando il corpo sarà chiuso nella tomba,
In spirto vedrò i regni d'Oltretomba,


Non certo quelli dove Dio non vuole
Quelli come me, ma non mi duole,


Né m'interessa il Suo volere affatto,
Ché nella vita sol quanto mi piace ho fatto,


Preferisco nelle fiamme ognor bruciare,
Che da alcun Dio lasciarmi comandare;


Così provo uno smisurato affetto
per questo nome di Poeta Maledetto.

Trittico di Madama Morte - III

In Francia il cavalier non è più sano,
La morte gli si appressa e s'avvicina,
Di nero veste e parla a brano a brano:
- O madre cara statemi vicina,


O cara madre datemi la mano,
Ché presto sarò preda all'Assassina;
Mi feci Càtaro e vegetariano,
Figli non inviai a quanto destina;


Così con me finisca la catena,
Fatta soltanto di dolore e pena!
Madama Morte qui tirerà il fiato,


Trovando in me l'ultimo condannato,
Presenti trovo in questa stanza vana
La Santa Madre e l'ultima puttana.

Trittico di Madama Morte - II

Adulto il figlio di Jacopo e Lisa
Si recò in Francia a farsi cavaliere,
Nessuno motivo gli rendeva invisa
L'idea di far dell'armi il suo mestiere,


Potè l'investitura infine avere,
E n'ebbe sorte nell'epica incisa,
Ne trasse sol trionfi e glorie vere,
E la sua corte non fu mai derisa,


Ma non gli valse certo alcun onore,
Quando vide morire il genitore,
Sopra un sudato letto balbettante,


Mentre indicava un angolo distante;
Lui diceva tra esalazioni corte:
- E' Madama Morte! Madama Morte!

Trittico di Madama Morte - I

Siede in un angolo Madama Morte,
Lisa e Jacopo fanno l'amore,
Lei delicata gli apre le porte,
Lo abbraccia, prova un leggero tremore,


Con trasporto lo bacia, è il consorte,
Ma sente prima del fiato il calore,
Mentre in un angolo tira la sorte
La Madama, che non ha alcun pudore,


Una culla in un angolo è pronta,
Di tutti quanti Madama è bramosa,
I tre destini Lei tutti sormonta,


Perché Padrona è di ogni cosa,
Colei che il termine ha sempre segnato
Di chi visse, o non è ancora nato.